Hashtag Obituary?

Oggi su La Repubblica leggo questo articolo: Facebook introduce gli hashtag ma il cancelletto ha i giorni contati.
Brutti, inopportuni, criptici e in ogni caso poco efficaci. Una polemica del New York Times, rilanciata dai media Usa, mette sul banco degli imputati i famigerati cancelletti, preda di una bulimia di massa su Twitter e appena lanciati da Facebook: “Non funzionano nel giornalismo né in politica o nel marketing”

Condivido solo in parte alcune delle interessanti riflessioni di Simone Cosimi, alle quali vorrei aggiungere qualche pensiero personale.
Innanzitutto noto, non senza particolare preoccupazione, l’idea manichea del bianco e nero che mi sembra strisciare non solo in rete ma anche nelle affermazioni di molte persone. E’ un periodo in cui le sfumature critiche sono passate di moda, mentre siamo un po’ tutti diventati editorialisti, moderni puritani del seicento che sanno cosa sia il bene e il male e soprattutto che questo bene e questo male valgano per tutti. Così anche per la tecnologia e le amenità che ne derivano. E allora: viva l’hashtag… a morte l’hashtag.
Ma come ogni cosa (ad esempio il vino), anche l’hashtag andrebbe usato e gustato con buon senso.

E’ indubbio che l’hashtag sia una piccola idea geniale per seguire cosa si dice su un certo argomento; ma chi decide l’hashtag? la “folla”, ma la folla è fatta di tante teste e tanti saranno gli hashtag se non ci si accorda. E in questo ha ragione Cosimi.

Si stanno cercando risposte per ridurre l’entropia naturale del “sistema” social: penso alla fiorente ricerca sui motori semantici come soluzione …. ma i motori semantici non colgono ancora sfumature di linguaggio o di contesto. E l’esempio dell’articolo non mi convince perché “io sto bene”, anche se associato alla localizzazione geografica, sarà sempre una chiave di ricerca non molto precisa, e quindi tra le mie osservazioni dovrò escludere quelle che rappresentano un fattore di disturbo.
Sarà ma mi lascia un po’ perplessa l’idea che il fattore “mente umana” sia considerato di contorno e non usato, se non per trovare modi di sostituirlo con una “macchina”.

Forse l’idea di una tassonomia, o meglio di più tassonomie, potrebbe stimolare qualche nuova riflessione e recuperarne una datata: un anno fa veniva redatto lo “smem manifesto” italiano (che vanta numerose imitazioni), dove il centro era proprio l’approccio semantico. Pochi forse lo colsero o lo ricordano, ma la nostra riflessione partiva proprio dal significato di una parola in un contesto determinato, considerava l’hashtag uno strumento e non LA SOLUZIONE, e infine suggeriva una sintassi insieme all’idea di definire un vocabolario.
Non credo in soluzioni uniche, penso invece che ci siano strumenti che portino a soluzioni, mutevoli e flessibili a seconda delle necessità. Oggi l’hashtag mi sembra una buona soluzione, magari domani avremo replicato il cervello umano e così potremo mandare il nostro definitivamente in vacanza. #neverendingholidays

Questo articolo ha un commento

  1. mi fa sorridere commentare un mio post, ma desidero aggiungere qualche parola. l’hashtag è anche un modo per sottolineare qualche sfumatura, condensare l’ironia, fare dei salti surreali su una battuta. aggiunge colore al fraseggio musicale delle parole. è un nuovo linguaggio che impoverisce solo se usato con banalità.

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