Informazione Resiliente

Resilienza, una parola un po’ ostica e sconosciuta, anche se ora va di moda.

Cosa significa?
In base alla regola “do what you do best and link to the rest” (fai ciò che sai fare meglio e metti un link a tutto il resto) rimando a questo link per una esaustiva spiegazione del termine redatta da Istituto Italiano di Resilienza  e alla voce resilience di wikipedia.
Riporto solo il concetto chiave: “a burgeoning movement among entities such as businesses, communities and governments to improve their ability to respond to and quickly recover from catastrophic events such as natural disasters and terrorist attacks” (un fiorente movimento tra componenti quali imprese, comunità e amministrazioni per migliorare la propria abilità di rispondere e riprendersi velocemente da eventi catastrofici come i disastri naturali e attacchi terroristici) [ Testimony of Robert W. Kelly before the House Subcommittee on Border, Maritime and Global Counterterrorism. Reform Institute. May 7, 2008.]

Non è un caso che esista anche un programma lanciato da UNISDR “Making Cities Resilient“, perché l’impatto dei rischi naturali sta aumentando in termini di costi e perdite di vite umane e beni. La fragilità dei nostri sistemi economici, sociali, urbani è evidente, non solo perché è in atto il cambiamento climatico.
Quindi essere resiliente significa essere in grado di reagire agli eventi perché si è informati, consapevoli e responsabili.
Conoscere il territorio, conoscere i rischi ad esso connessi, sapere cosa fare prima, durante e dopo, essere pronti e coinvolti: questi gli strumenti per ridurre l’impatto di eventi che sono e rimangono naturali, ma che diventano disastri quando colpiscono le vulnerabilità fisiche, sociali economiche e ambientali causate da una errata gestione del territorio. Errata perché lontana dall’idea di sviluppo sostenibile.

E’ evidente quanto l’informazione sia centrale per rendere resilienti le nostre comunità, le persone singole, le imprese, le amministrazioni pubbliche, i giornalisti, gli scienziati, gli esperti,i gestori dei servizi essenziali e delle infrastrutture. Nessuno escluso.

In quest’ultimo periodo il nostro paese è stato colpito da diverse emergenze: le alluvioni alle Cinque Terre e a Genova; le scosse di terremoto – fortunatamente senza conseguenze e con tanta paura -; ora la neve e il gelo.
Nel corso di queste emergenze le persone chiedevano informazione, propagavano informazioni (a volte non proprio corrette). Lo hanno fatto attraverso il web, nei modi, a volte caotici, che ritenevano migliori e più efficienti.
Abbiamo imboccato una strada di non ritorno: i canali di comunicazione istituzionali sono affiancati e a volte superati da quelli della “massa”, in velocità e pervasività. Un fenomeno che desta perplessità e paura, spesso a causa di una scarsa conoscenza del mezzo e anche di un’abitudine a “far cadere dall’alto” l’informazione, dove il destinatario della comunicazione è “passivo”, ignorante e quindi suddito.
Oggi la comunicazione non è più unicamente quella degli uffici stampa, dei comunicati, delle dichiarazioni. Siamo entrati in una nuova era e dobbiamo tutti imparare e prendere le giuste misure con i nuovi media e i nuovi linguaggi della comunicazione. La comunicazione ha subito un’accelerazione. Si stanno superando i limiti di velocità? Sì a volte accade, ma allora cosa bisogna fare?
Bisogna che anche la comunicazione diventi Informazione Resiliente.
Cerco di spiegare questa idea con qualche spunto di riflessione e sottolineo spunto di riflessione.

INFORMAZIONE RESILIENTE “PRIMA”

Per tutti

  • conoscere i rischi: quali sono, come se ne parla, quali aggettivi usare – questa è una piccola polemica con alcuni giornalisti -. Conoscere i rischi del proprio territorio è anche sapere come affrontarli. In altri paesi hanno lanciato campagne a tappeto su questi temi (ad esempio dopo il disastro di Katrina) insistendo anche sulla preparazione di un piano familiare di emergenza (a titolo di esempio si veda Ready. Prepare, Plan Stay informed).
  • conoscere il sistema di protezione civile e dei soccorsi: le procedure, le pratiche, le burocrazie, le competenze.
  • conoscere le fonti di informazione accreditate: gli istituti di ricerca, la comunità scientifica, i centri di monitoraggio. Solo per citarne alcuni ricordo il grande lavoro ad esempio delle Arpa regionali  – ARPA significa Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente – dei Centri Funzionali  – rete di centri operativi per il “Sistema di allertamento” nazionale distribuito ai fini di protezione civile che, attraverso attività di previsione, monitoraggio e sorveglianza in tempo reale degli eventi e dei conseguenti effetti relativi sul territorio -; di INGV o di Lamma Toscana .
Istituzioni
  • rendere la propria informazione aperta, accessibile e comprensibile (pensiamo solo a quello che è successo a Roma per la nevicata) usando tutti i canali a disposizione
  • costruire una rete di scambio delle informazioni,  attraverso formati dati standard e interoperabili; la questione degli open data è cruciale. Attivare un flusso di dati tra gli attori principali, comprese le associazioni di volontariato e altre associazioni culturali o amatoriali.
  • definire modalità di comunicazione in emergenza: criteri, canali, codici e parole chiave (un esempio? gli hashtag di twitter), da includere in un Piano di Comunicazione d’Emergenza compreso nel Piano di Protezione Civile. Non dimenticare che non esiste solo il web, ma anche la radio, le reti televisive e le testate nazionali e locali, e … il megafono.
  • formare ruoli dedicati alla comunicazione: anche questa è una competenza fine e importante, non ci si improvvisa comunicatori; chi gestisce l’emergenza deve imparare a comunicare e chi sa comunicare deve imparare cos’è un’emergenza. Un punto debole quello delle risorse, perché oltre a una scarsa cultura di comunicazione (non solo 2.0) le risorse umane ed economiche sono poche. Forse è arrivato il tempo di  cominciare a formare i volontari delle associazioni  e destinare piccole risorse anche economiche a queste attività – in questo la gestione associata potrebbe rappresentare un vantaggio oltre che un’opportunità.
  • imparare a comunicare in modo semplice e non semplicistico; bisogna abbandonare i pessimi aristocraticismi dei linguaggi e del sapere. Traduttori e interfaccia non sono solo i droidi protocollari di Star Wars.
  • cominciare a essere presenti nel web non per dire “ci  sono”, ma partecipando alla discussione, diventando punti di riferimento. Non basta pubblicare sul proprio sito, ma bisogna propagare la propria informazione e soprattutto far sapere che “lì c’è l’informazione”. Ricordo che ci sono diverse esperienze: Agenda Digitale di Bologna, Provincia di Trento, Lamma Toscana, Comune di Genova…. e mi scuso per quelle che non ho citato. Prendiamo queste esperienze e condividiamole, trasformiamo una pratica in esperienza.
  • le amministrazioni e la protezione civile locale devono coinvolgere e creare relazioni con i rappresentanti degli organi di stampa e  la comunità scientifica  in un’ottica collaborativa e di supporto reciproco.
  • comunicare, comunicare, comunicare
INFORMAZIONE RESILIENTE “DURANTE”

Istituzioni

  • attivare la rete di comunicazione che promuova il messaggio giusto e corretto attraverso tutti i canali disponibili per raggiungere il proprio target = il 100% della popolazione
  • essere pronti a ricevere e ascoltare le comunicazioni e le richieste dei cittadini
  • dare indicazioni su quello che potrebbe succedere, le previsioni e i comportamenti da adottare. Oggi c’è un bisogno di certezza, che forse nasce dall’incertezza e dall’insicurezza della nostra epoca “liquida“, ma che poco si addice ai rischi naturali e al cambiamento climatico. E’ diffusa un’idea: i rischi dovrebbero avere un orario ed essere puntuali come i treni svizzeri. Ma non è così: la previsione, prevede con dei margini di imprevedibilità, e mai con un certezza del quando, per quanto tempo, e con quali effetti. Rassegniamoci: i rischi accadono e sappiamo solo che potranno accadere. Non chiedete mai “a che ora arriva la prossima scossa, o a che ora inizia a nevicare”, chi vi risponderà con ore e minuti non sa quello che dice. [Link interno]
  • comunicare, comunicare, comunicare: far fluire la comunicazione interno-interno, interno-esterno, esterno-interno, esterno-esterno. Significa aggiornare in modo costante e continuo (anche quando non c’è nulla di nuovo da dire: repetita iuvat), interloquire, offrire più punti d’accesso all’informazione, usare il passa-parola…. usare tutto e non pensare “tanto tutti lo sapranno, tanto ascoltano la tv”. Il web permette ora di avere un canale di comunicazione diretto: usiamolo, ma bene.
  • informare, informare, informare: se si lascia un vuoto di comunicazione le persone andranno a cercarla da un’altra parte. E sappiamo che non tutte le fonti sono “buone”.
Cittadini
  • essere cittadini resilienti significa non aspettare passivamente che qualcuno faccia al posto nostro, ma essere proattivi e collaborativi, anche per l’informazione. (persone, non anziane e nemmeno disabili, hanno chiesto l’intervento della protezione civile per spalare  20 centimetri di neve davanti alla propria casa)
  • non cercare la polemica a tutti i costi, non lamentiamoci eccessivamente. Prima di criticare o lamentarci chiediamoci quanto possiamo fare noi. Non facciamo gli allenatori della nazionale sul sofà.
INFORMAZIONE RESILIENTE “DOPO”

Istituzioni

  • il debrief: analizzare cosa è andato bene e cosa non è andato bene per fare meglio la prossima volta. Rendere pubblica questa riflessione, spiegando motivi e criticità affrontate. Se non si fa un po’ di autoanalisi qualcun altro lo farà al posto nostro.
  • stabilire un piano di interventi, dare aggiornamenti, anche quando i lavori si bloccano! (essere perfetti e invincibili è credibile nei film dei super eroi)
  • coinvolgere i cittadini e tutti gli attori nella ricostruzione; il coinvolgimento è importante per responsabilizzare tutti.
Cittadini
  • essere e agire in modo proattivo e propositivo. Mi piacerebbe uscire da questo approccio del “Deus ex Machina” che risolve tutto per magia: il mondo dei “4 salti in padella”, del cibo premasticato e digerito ci rende passivi e non autonomi.
  • monitorare: essere resilienti significa anche monitorare cosa succede, senza mai arrivare a conclusioni affrettate. Prima di fare affermazioni negative o critiche bisogna verificare l’attendibilità delle nostre informazioni. La critica va bene se non è lamento o fine a se stessa o peggio finalizzata ad altri scopi.
AND IN THE END…

Informazione Resiliente: sono solo due parole che ne contengono altre, civic engagement, cittadinanza attiva, preparedness, web 2.0, social media, collaboration, conoscenza, sapere, OpenGov…. E’ un approccio al territorio, ai rischi naturali, all’ambiente, alla società, alle persone e alle istituzioni. Al di là della retorica la post-Gutenberg Revolution è anche questo ed è già qui. Un cambiamento epocale non è mai repentino. Le strutture mentali sono il campo privilegiato della “lunga durata”, come l’ha teorizzata Fernand Braudel, dove è possibile assistere ad una successione di strutture e modelli di comportamento che si sovrappongono, si incastrano come degli enormi ingranaggi che si muovono impercettibilmente e contemporaneamente in modo sensibile. La nostra sfida? Iniziare anche da una piccola cosa. Iniziare, pensando che tutti noi siamo chiamati ad imparare la grammatica di una società in cambiamento.

Questo articolo ha un commento

  1. Ti ringrazio della chiarezza con cui hai delineato il concetto di resilienza.

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