Il seme della paura

La comunicazione è una scienza esatta, perché può essere falsificabile.

Tra l’11 e il 12 dicembre si determina un fenomeno di emergenza lungo il corso del Tevere.
Il fiume comincia ad esondare in più punti. La situazione si fa critica. La città di Roma è in allerta.
Si teme un’ondata di piena che potrebbe causare ingenti danni.

Al di là delle valutazioni tecniche, si sa non sono un’esperta della materia, mi sono appassionata a seguire la vicenda attraverso i media: internet, stampa, radio e televisione. Ma i media hanno fatto un buon servizio? Sono stati utili?

Innanzitutto un premio a tutti gli utenti che hanno seguito e partecipato con attenzione pubblicando immagini e video. Testimonianze che sono riuscite a coprire un territorio ampissimo, un redazione non sarebbe riuscita in questa impresa se non con costi altissimi e molti intoppi organizzativi.

Ma quello che mi ha fatto sorridere è stato l’approccio della maggioranza dei giornalisti. Mi chiederò sempre perché un evento grave diventa subito merce-spettacolo da vendere. E non trovando pane per i loro denti trasformano in tragedia anche quello che non lo è. La parola più usata? PAURA.

Paura. Beh mi trovavo a Roma e in realtà non avevo paura, ero invece preoccupata, in allarme, e pronta ad adottare comportamenti adeguati alla situazione. E di paura, andando in giro per la città non ne ho proprio vista. Ma i titoli dei giornali, e gli speaker dei tg insistevano: paura. Anche di fronte alle comunicazioni equilibrate del sindaco o dei vigili del fuoco, dal piccolo schermo insistevano: PAURAAAA.
Hanno pure avuto il coraggio di mostrare un’animazione di un’ipotetica ondata di piena del Tevere con annessa catastrofe. Educativo? Non ieri sera.

Ma se per un evento di emergenza, che ha sicuramente causato dei danni, ma contenuto e tenuto sotto stretto monitoraggio si parla di PAURAAAAA, quali parole si dovrebbero usare per un terremoto come quello del friuli, il Vajont, o per lo tsunami del 2004?
Mancherebbero, le parole, e allora la PAURAAAA perde di significato perché si usa per tutto. E’ la vecchia storia di «al lupo, al lupo» e se la racconta Esopo significa, forse, che questa è un’attitudine connaturata con la specie umana. E così quando bisognerà avere PAURA sul serio non sapremo se è vero o meno, se è sensazionalismo o altro e ce ne staremo a casa tranquilli a guardare gli opinionisti, forse rischiando la vita.

E purtroppo accanto alle notizie spettacolari ci sono quelle reiterate e continue che stanno facendo crescere a vista d’occhio la paura dell’altro, del diverso. E questo è altrettanto pericoloso perché cambia la nostra visione del mondo

Usare gli aggettivi giusti, resistere alla tentazione di catturare più audience paventando l’apocalisse.
Perché la comunicazione non è far spettacolo a tutti i costi, o mentire per essere ascoltati.
La comunicazione è una cosa seria.

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