Generazione Scomparsa

Nella narrazione Covid 19 si parla tanto dei giovani che hanno perso un anno della loro vita-com’era-prima, ma nessuno osa dire che hanno tutta la vita davanti. Al contrario non si parla mai di chi come me compirà sessant’anni quest’anno e di vita davanti non ne ha poi così tanta, sempre che il covid o qualche altra malattia non ci porti via. Noi siamo assenti dalla narrazione main stream, non pervenuti, non siamo interessanti o abbiamo smesso di farci sentire? Noi, alla fine della vita produttiva e che probabilmente dovremo fare i conti con misere pensioni, siamo scomparsi.

La mia generazione non ha fatto il 68 e tuttavia ne ha subito le conseguenze. Poi ci siamo persi la contestazione degli anni 70, i figli dei fiori e le lotte operaie. Eravamo piccoli. Eravamo invece abbastanza grandi per farci investire dal  treno ad alta velocità del nulla dell’edonismo Reaganiano  e della remissività del pensiero debole. Eravamo grandi, potevamo scegliere se celebrare le fanfare del grottesco o sperare in un mondo diverso, perché eravamo cresciuti con la convinzione che il mondo potesse migliorare, e intanto tutto diventava “post” di qualcosa: post-moderno, post-politico, post-ideologico.

Abbiamo accettato la flessibilità, scoprendo dopo che il vero nome era precarietà, e il mondo migliore si allontanava sempre di più fino a scomparire tra le fatiche per tirare avanti, nonostante competenza e talento.

Ora quando leggo delle campagne vaccinali tarate su fasce d’età, capisco che la mia generazione è fuori anche da quest’ultimo atto. Una generazione a perdere. Capire che non rientro nelle categorie da tutelare mi fa sentire un numero nel mucchio dei sacrificabili.
E’ la Storia che passa sopra la mia testa, infischiandosene della mia anima, dei miei talenti e dei miei sentimenti. In questo anno ho smesso di aver fiducia nelle istituzioni, nei media e nelle persone. Mi spiace ma mi avete deluso, nemmeno una pandemia vi ha fatto fare uno scatto di coscienza e responsabilità sociale, ma nemmeno di organizzazione e coerenza. Mi sono rassegnata a vedere intorno a me la mediocrità, o i suoi sintomi: ovvio e scontato, sebbene ben condito da una sottile patina di cultura, dove il denaro è la mechanè che muove l’intero spettacolo della mercificazione dell’individuo.
La Storia non siamo noi, la Storia si nutre delle nostre piccole vite. Troppo piccole anche per uno storico immenso come Marc Bloch. Non ci sono dèi, non c’è redenzione, solo questo precipitare incessante dove il mio essere si contrae e cerca disperatamente la libertà da questa prigione quotidiana, la libertà di tornare a mordere la vita, se ci sarà ancora tempo, dimentica della società e del suo lato oscuro.

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