Caro amico che scrivi…

Cosa fareste se un giorno una persona amica vi mandasse il suo romanzo in lavorazione da leggere?
Se siete curiosi e la persona vi è simpatica, lo leggereste.
E se poi  il romanzo vi piacesse?
Lo esortereste a continuare e gli dareste anche qualche sincero consiglio… e senza accorgervene vi trovereste travolti in un’avventura dove il romanzo diventa anche il vostro obiettivo, ma con l’ulteriore rischio di trasformarvi inconsapevolmente nel multiforme coach di uno scrittore in erba e sconosciuto (ancora).

E’ proprio quello che mi è successo negli ultimi mesi.
Un giorno ricevo da un amico i primi capitoli di un romanzo: un fantasy, fantasy epico per essere precisi. Un genere che ho frequentato poco.
Le prime pagine mi appassionano e senza rendermene conto la storia e la stessa scrittura del racconto mi fanno «prigioniera».

Così ho visto il romanzo crescere, evolvere, fermarsi e riprendere, soffrire delle stagioni e degli umori. I personaggi hanno cambiato sfumature e intrapreso strade a loro stessi, come all’autore, ignote e imprevedibili.  Ammetto: ho incoraggiato e supportato questo romanzo con entusiasmo fino alla pubblicazione su amazon e alla creazione di un sito dove ho avuto qualche guizzo interessante.

Una bella avventura che ho condiviso con Cristiano Ciardi, scrittore per passione e secondo me anche per natura. Da lui ho imparato che un romanzo fantasy è un meccanismo a orologeria (così si diceva per i gialli): la scala dei tempi, il territorio ricostruito in una mappa accurata, il calcolo delle distanze tra un luogo e un altro, la coerenza di un mondo fantastico.

Nel corso del tempo ho dato suggerimenti sulla scrittura e abbiamo scambiato idee sulla psicologia dei personaggi e sulle loro scelte e i perché.
Cristiano mi chiama per scherzare «editor», ma non mi sento all’altezza di questo ruolo, forse sono stata solo la sua prima «lettrice partecipativa». A volte ho peccato di invadenza, a volte sono stata rigida e «maestrina» nel consigliare di  mantenere la naturalezza di accostamenti linguistici insoliti, eppure così evocativi; altre ho apprezzato il garbo nell’esplorazione delle emozioni umane contrapposto alla densità delle descrizioni naturalistiche. Ed infine «I Confini di Trisa» è diventato una cosa vera: un libro. Bravo Cristiano.
Infine un augurio: mi piace pensare che quest’avventura sia la prima di tante altre e ti invito caldamente a non smettere mai di scrivere. Perché?

«Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d’arte».

Anaïs Nin

 

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